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Il fenomeno social raccontato da Maurizio De Giovanni, scrittore

Intervista esclusiva. Maurizio De Giovanni, uno dei maestri del noir italiano ci parla di social network e dell’importanza di un’autoregolamentazione.

 

Come ama definirsi?

Uno scrittore di narrativa. Uno che racconta storie. Poi un padre e un tifoso del Napoli. Non necessariamente in quest’ordine.

I social network hanno rivoluzionato il modo di fare comunicazione. Lei che utilizzo ne fa?

Il mio è un utilizzo personale. Non promuovo i miei libri su Facebook, non faccio auto promozione, mi limito solo a condividere eventi e situazioni personali. Se sono invitato a cena da Camilleri, posto una foto con lui perché sono felice di condividere quel momento con chi mi segue. Quello che le persone trovano sul mio profilo è un invito ad una presentazione o l’orgoglio per una bella recensione ricevuta, ma mai un invito ad acquistare i miei libri. Il pubblico che li compra lo fa unicamente perché adora leggere.

E per quanto riguarda la sua fanpage?

La pagina è gestita dal mio fan club che gentilmente segue i miei appuntamenti, segnala gli eventi o gli articoli che mi riguardano. Non ho una gestione diretta. Utilizzo il mio profilo Facebook e sono molto seguito, ma scrivo solo le cose che penso, non lo faccio in maniera scientifica o pianificata. Lo uso come un giornale autopubblicato in cui dico a volte le mie impressioni o le mie opinioni nei confronti di certi eventi. E questo a volte apre dei dibattiti, perché il social network non è altro che una piazza in cui ognuno sceglie di entrare e di dire la sua.

Quali social network utilizza maggiormente?

Utilizzo solo Facebook. Non sono né su Twitter, né su Instagram. Ho fatto questa scelta perché amo il dibattito, mi piace aprire alle domande e alle risposte. L’idea di restare sotto i 140 caratteri, come avviene con Twitter, mi limita molto. Anche se spesso quello che scrivo è più breve, non mi piace avere limitazioni.

Essere presente sui social gli ha permesso di aprirsi ad una nuova tipologia di lettori che prima non la conoscevano?

Sicuramente si allarga il livello di conoscenza, è naturale. Essendo io napoletano, se pubblico sui social qualcosa che trova d’accordo un signore di Treviso, può succedere che ne resti incuriosito e decida di comprare il mio libro. Ma quello di cui sono convinto è che sui social, per venire a prendere coscienza di me, bisogna già avere un’idea di chi io sia. Credo di avere 45.000 persone che seguono il mio profilo Facebook perché sono uno scrittore e non il contrario.

Secondo lei è importante adeguare la propria professionalità al linguaggio dei social?

Sono convinto che il fenomeno sia di un’importanza enorme, che non è stata ancora adeguatamente capita. I social sono una cosa diversa da Internet, perché mentre la rete è on demand, i social sono un luogo attivo. Scrivere qualcosa può servire, ad esempio, a provocare o a stimolare una reazione.

I social azzerano di fatto l’utilizzo del giornale stampato. Io credo che la lettura dei giornali sia diventata appannaggio di pochissimi. La riduzione vertiginosa delle copie dei giornali, anche quelli principali, lascia capire che le persone hanno un approccio all’attualità completamente diverso, più basato sulla tv e sui social.

L’aspetto etico di questo non sta a me giudicarlo e non è neanche il caso di farlo, perché come tutti i fenomeni epocali non sono né buoni né cattivi, sono semplicemente inevitabili. Prima ci si adegua, prima ci si mantiene al passo con i tempi. Pertanto, non credo sia utile discutere sul fatto che utilizzare i social sia giusto o sbagliato, si può solo discutere della sua regolamentazione: non può che essere un’autoregolamentazione, cioè un fatto etico, personale, perché non arrestabile.

 

 

 

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